Reseda, robbia, guado

Scopriamo le 3 piante più comunemente utilizzate nel bacino del Mediterraneo, che trovano nel nostro clima il terreno ideale per la coltivazione. 

A cura della redazione 08 Oct 2017
Reseda, robbia, guado

Sono la reseda, la robbia e il guado, che danno le colorazioni primarie originali da cui ottenere poi un numero illimitato di sfumature a seconda dei mordenti utilizzati e che possiamo adoperare in tutta sicurezza per la pittura delle nostre pareti di casa...  

 

RESEDA (Reseda Lutea)

Colore: giallo

Pigmento: luteolina

Forse la più nota tra le piante tintorie, sicuramente la più utilizzata, fino a pochi decenni fa, anche dall’industria, per la sua resa quasi alla pari con la produzione sintetica su vasta scala, a differenza di tutte le altre piante del suo genere. Specie autoctona del bacino del Mediterraneo, la reseda trova in Italia il clima e il terreno ideale. Già nota a Plinio il Vecchio per le sue proprietà fitoterapiche, nell’antica Roma colorava le vesti delle vergini Vestali e delle giovani spose. Economica e di facile reperimento, si trova in tutta la penisola isole comprese e cresce nei terreni calcarei e negli spazi soleggiati, anche tra le crepe dei muri e a bordura delle strade. La molecola colorante si chiama luteolina, dal latino luteus, vocabolo che identifica propriamente il colore giallo. Le parti della pianta che contengono una maggiore concentrazione del pigmento sono i fiori e i semi, ma la reseda è interamente utilizzabile per la tintura con un’ottima resa in confronto a tutte le altre piante tintorie. A seconda dei mordenti utilizzati, si possono ottenere diverse sfumature anche sulle tonalità del verde. La semina può essere autunnale o primaverile e il momento ottimale per la raccolta dell’intera pianta è la fine della fioritura, al secondo anno dall’impianto.

 

ROBBIA (Rubia Tinctorum)    

Colore: rosso        

Pigmento: alizarina

La robbia è tra le piante tintorie più diffuse e utilizzate da secoli, nella pittura muraria come nella tintura di stoffe. Il colore ottenuto dalle sue radici, un rosso concentrato e brillante, anche se sensibile alla luce e all’acqua come tutti i coloranti organici, si presenta tra i più stabili (tende a restare intatto anche dopo il lavaggio prolungato) ed economici (rispetto, ad esempio, alla porpora animale). La semina avviene in primavera, oppure si può trapiantare la pianta per talea nel periodo autunnale. La raccolta viene effettuata durante il terzo anno di età della pianta. Il colorante alizarina si deposita con il tempo dal fusto alle radici, fissandosi. I rizomi vengono dunque estratti dalla terra, lavati, essiccati e macinati, per ottenere una sottile polvere colorante, praticamente inattaccabile, che può durare in conservazione per diversi anni. Dalla polvere della radice di robbia, macinata finemente, possiamo ottenere una buona colorazione, brillante e durevole soprattutto con fibre naturali come la lana e il cotone. Il suo colore, blu indaco, fu per secoli il pigmento più difficile da estrarre e anche il più costoso: adornava gli indumenti della nobiltà e identificava immediatamente l’appartenenza a una sfera alta della scala sociale. La pianta è comune a tutto il bacino del Mediterraneo, ma le migliori lavorazioni sono state ottenute nei secoli in Francia (a Rouen, dove dal Guado si ottenne il Blu di Persia), in Germania e in Italia (in particolare in Toscana tra il 1300 e il 1500).

 

GUADO (Isatis Tinctoria)

Colore: blu

Pigmento: indigotina

Il suo utilizzo è attestato sin dal Neolitico in alcune zone di Europa, Asia e Africa del Nord. Sempre secondo gli scritti di Plinio il Vecchio, talune popolazioni guerriere del Nord come i Germani e i Britanni usavano colorarsi con l’estratto del guado petto e volti, prima di scendere in battaglia, per incutere timore ai loro nemici. Nella storia, il guado ha trovato molteplici utilizzi dalla pittura muraria e decorativa, alla tintura di stoffe, fino all’applicazione nella cosmesi naturale e in campo alimentare come foraggio. Il suo declino iniziò verso la metà del 1660, con l’arrivo dalle Indie di una pianta analoga che fu importata in maniera massiccia fino a soppiantare la specie autoctona nella produzione per le tinture naturali. Un tempo, il trattamento delle foglie prevedeva il lavaggio e la macinazione delle stesse sino alla loro riduzione in poltiglia; quindi, venivano confezionate in ‘pani’ per essere essiccate. Durante l’essiccazione lenta, i ‘pani’ venivano continuamente rivoltati e stesi ad asciugare su delle reti, affinché rimanessero compatti. Al termine dell’essiccazione, i tintori sbriciolavano i pani con i martelli e poi li facevano sciogliere in acqua e solfato di ferro (prima che questo venisse scoperto si scioglievano in acqua e urina). Infine, filtrando il liquido, si otteneva il bagno di colore. Il pigmento è contenuto nelle foglie fresche e il guado può essere tranquillamente utilizzato per la tintura di tutte le fibre naturali.

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